America on the road – trauma da rientro dopo un viaggio di 8 mesi

 

Il segreto della felicità non è di far sempre ciò che si vuole, ma di voler sempre ciò che si fa.

 

Lev Tolstoj

 

 

Rientro effettuato con successo

Eccoci qui ospiti a casa di amici, pronti a riordinare le idee dopo il nostro viaggio di 8 mesi in giro per il Nord America.

Otto mesi non sono per niente pochi. Quando eravamo in procinto di partire in tanti ci dicevano che sarebbero passati velocemente, alcuni ce lo hanno confermato ora al nostro rientro:

“Come? Siete già tornati?”

“Wow come sono passati in fretta! Sembra ieri che siete partiti”

Ebbene non per noi. Per noi questi mesi sono stati eterni, sono stati mesi pieni di vita, di esperienze, di incontri con altre culture, con altre lingue, con altre religioni, ma soprattutto sono stati otto mesi vissuti al nostro ritmo e non ad un ritmo imposto dalla società in cui viviamo. Ora ho capito il significato di queste parole.

Durante questo viaggio ci è capitato spesso di pensare di aver fatto qualcosa il mese precedente per poi doverci ricredere con di fronte il calendario. A noi sembrava fosse passato un mese ma in realtà erano passati una decina di giorni. Riuscite ad immaginare vivere per mesi dove i giorni sembrano settimane?

Ad oggi siamo rientrati da pochi giorni e sicuramente è troppo presto per tirare le somme, sicuramente dobbiamo ancora abituarci alla nuova realtà e siamo in pieno trauma da rientro. Lo ammettiamo, siamo totalmente spaesati. C’e troppa gente intorno a noi, troppe macchine, troppe parole che ci disorientano e ci fanno capire quanto siamo lenti ora rispetto a quando siamo partiti. Abbiamo rallentato, ci siamo rilassati, abbiamo iniziato ad assaporare il momento, abbiamo iniziato a guardarci intorno per vedere cosa succede e ce ne siamo innamorati; ad oggi non abbiamo voglia di accelerare. Ci rendiamo conto che siamo ad una prima fase in cui non ci chiediamo come fare per tornare a correre come prima, noi ci chiediamo se ne valga la pena di tornare a correre. Personalmente mi spaventa tornare a correre come prima. Ho appena imparato a camminare e voglio approfondire il discorso. Sono curioso di vedere fin dove arrivo camminando, senza fretta ma per come sono fatto io senza nemmeno perdere tempo.

Oggi camminando vicino alla scuola dei bimbi mi son trovato ad osservare un tronco di albero tagliato che si decomponeva a bordo strada. Intorno a me tutti camminavano assorti nei loro impegni, nelle loro urgenze, nelle loro preoccupazioni, pensavano a come evitare il traffico, come trovare parcheggio, mentre io semplicemente osservavo serenamente quel tronco tronco e la posizione delle parti che già iniziavano a disfarsi sul terreno. Ero più vicino a quel tronco che alla frenesia dei miei simili, e la cosa mi e’ piaciuta.

Tutto ciò è trascorso in un momento, sono passati forse 10 secondi, eppure son stati 10 secondi intensi e lunghi per me. Son stati dieci secondi pieni di consapevolezza, gli stessi dieci secondi che dieci mesi fa passavano in un lampo. Quel tronco e’ li da quattro anni eppure io l’ho visto solo oggi. Quante altre cose mi sono perso mentre anche io cercavo quel parcheggio che non si trova mai?

Stamattina arrivando a scuola abbiamo notato la luce del mattino sulle montagne in lontananza e ci siamo meravigliati dello spettacolo che avevamo davanti agli occhi; entrambi abbiamo esordito con un “wooow! guarda che bello!” scaturito da una emozione nata dal profondo. Quella stessa emozione che ci ha risvegliato in questi mesi e’ ancora li presente ed ora riusciamo a sentirla. Poi io ed Elisa ci siamo guardati con gli occhi lucidi dati dalla consapevolezza di ciò che ci e’ successo, la consapevolezza di come siamo cambiati e del pericolo che corriamo di tornare come prima: insensibili alla bellezza della vita, insensibili alla bellezza della natura che ci circonda anche in città mentre noi siamo assorti nei nostri pensieri, travolti da problemi che ci dicono che abbiamo, spaesati di fronte a tanta velocità. Con quegli occhi lucidi abbiamo parcheggiato la macchina per portare il piccolo al suo primo giorno di scuola.

La macchina si è fermata ed è stato il momento per noi di immergerci senza scudo nella frenesia che in men che non si dica ci ha fatto dimenticare quegli occhi lucidi. Non esisteva più la luce, sparite le tonalità tenui che si confondevano all’orizzonte con la nebbia del mattino; esisteva solo velocità, movimento, suoni, rumore.

Siamo rientrati tra gli amici. Abbiamo chiacchierato coi primi che ci hanno visto e dopo neanche 25 minuti immersi in questa frenesia ci siamo sentiti soccombere. Non sapevamo reggere il loro passo, senza dubbio era un passo tranquillo, un passo di gente che si avvicinava a noi con garbo per salutarci e chiedere semplicemente come stavamo, seppur lento ed attento quel passo per noi era troppo veloce e noi non riuscivamo a parlare alla loro velocità. Per noi ogni domanda era un turbine di ricordi, un’onda di emozioni che ci scoppiavano dentro, le parole mancavano, gli occhi diventavano lucidi e facevamo fatica a mettere in ordine i pensieri per rispondere coerentemente.

Come si fa a rispondere alla domanda “Allora com’è andata?”

Quando e’ andata intensamente, incessantemente, lentamente, profondamente per otto lunghissimi mesi?

Mentre cercavamo di rispondere a questa domanda i bimbi piano piano si nascondevano dietro di noi, noi abbiamo retto qualcosina di più ma poi abbiamo sentito la necessita di allontanarci e riprendere fiato. La nostra scuola è particolare ed ha vicino un bosco dove i bimbi vanno quasi ogni giorno e dove ci si incontra all’uscita per giocare un’oretta. Siamo andati li a prendere fiato, in un posto che combinava il ricordo dei momenti scolastici al ricordo dei mesi trascorsi nelle foreste lontani dalla civiltà.

Questa passeggiata ha avuto effetto immediatamente. Eccolo il nostro ritmo, le foglie che cantano, gli alberi che si muovono lentamente, eccolo il ritmo a cui siamo abituati e che ci ha tranquillizzato subito. Ci siamo immersi nuovamente nel nostro ritmo ed abbiamo ritrovato la serenità che ci accompagna da mesi ormai. Siamo dovuti andare tutti a fare una passeggiata nel bosco li vicino. Pochi secondi nel bosco ed e’ passato tutto; i bimbi sono scoppiati in risate ed hanno ricominciato a giocare come sempre, noi passeggiando abbiamo guardato i cambiamenti avvenuti in quei luoghi che conosciamo perfettamente. Il cestino che prima non c’era, il modo con cui e’ stato fissato al terreno, l’albero che lo sostiene, la capanna nata li vicino dal gioco dei bambini e la mancanza dei settembrini che in Canada ricoprivano interi prati.

Abbiamo continuato il passeggio, abbiamo fatto il giro del quartiere e siamo rientrati a scuola dove il piccolo ha iniziato il suo primo giorno. Felicissimo di diventare grande come il suo fratellone. Felicissimo di imparare finalmente a scrivere per non dover chiedere sempre come si scrive il pensiero che gli si affaccia alla mente. Felicissimo di avere anche lui i suoi compagni di classe e la sua classe.

Noi invece siamo andati in paese col grande che ci seguiva pieno di curiosità. Finalmente poteva scoprire cosa fanno i grandi nel tempo che viene dopo che li lasciano a scuola. Tornano a casa a giocare? Si chiedeva il grande. E invece no.

Ricomincia la frenesia.

Guida 45 minuti per fare 10 chilometri, mentre fino a pochi giorni fa in 45 minuti ne facevamo sessanta tra quei boschi canadesi che preparavano il foliage dove il rosso acceso degli aceri contrastava col verde dei pini. Qui no. Qui si gira come trottole per trovare parcheggio (anche se abbiamo notato con piacere che il paesino in cui vivevamo ha messo parcheggi gratuiti per auto elettriche alimentati dal tetto ricoperto da pannelli solari), ma noi purtroppo cercavamo quel parcheggio che non c’e’ mai.

Il parcheggio alla fine non lo abbiamo trovato davvero e senza accorgercene era già tempo di tornare a scuola a parlare con la maestra. Una ora e mezza passata nel traffico cittadino, senza poter concludere il nostro obiettivo. Un’ora e mezza persa non perché non si e’ concluso ciò che si voleva fare ma perché e’ passata senza essere vissuta, passata senza rendersene conto. A ben guardare è stata un’ora e mezza che ha lasciato dietro di se una venatura di rabbia, di frustrazione, di nervosismo verso quegli individui incolpevoli che come noi si stanno dimenando per trovare soluzioni a problemi che in realtà non hanno. Ormai lo sappiamo che non e’ vero che serva una casa per godersi la vita, non e’ vero che i bimbi debbano andare a scuola perché si godano la vita, non e’ vero che serva una macchina e che vivere in città da qualità alla nostra vita. Ormai abbiamo mangiato la foglia, ed abbiamo scoperto che non ci piace.

 

Scoperta la grande differenza forse causa del trauma da rientro

Ecco dove sta la grande differenza tra quel cambiamento che avviene quando siamo arrivati in Nord America e quel cambiamento avvenuto quando siamo tornati. La stessa ora e mezza trascorsa al rientro non la vivi appieno e profondamente, non trascorre lenta coinvolgendo tutti i tuoi sensi e riempiendoti di energia e ricordi; la stessa ora e mezza li ti permette di incontrare alci, cervi, daini, a volte orsi e lupi. Sicuramente scoiattoli, nel sud degli USA rapaci e corvi mentre nel nord le famose aquile dalla testa bianca. Staccare dalla routine è proprio invertire la tendenza ed iniziare a vivere quell’ora e mezza come dici te, li scegli te i problemi che vuoi risolvere in base ai tuoi gusti, ai tuoi interessi o ai doveri che sempre e solo te imponi a te stesso. Eccola finalmente quella magnifica ed agognata lunghissima ora e mezza.

Non fraintendetemi per favore; non voglio dire che qui non sia possibile allungare il tempo, certo che e’ possibile, non lo diceva forse anche Einstein? Non l’ho forse fatto io di fronte a quel tronco tagliato a bordo strada? O forse non è successo nel bosco coi bimbi? O davanti alle luci del mattino entrati nel parcheggio della scuola?

Ma attenti perché se si cade nel tranello dei problemi imposti, scelti da chi ha come scopo professionale trovarti un problema per venderti la sua soluzione, allora non c’e’ qui o li che tenga, quella ora e mezza sarà sempre la solita ora e mezza corta, passerà in un lampo e ti ritroverai a chiederti dov’eri mentre i tuoi figli ti crescevano davanti agli occhi. Cosa stavi ascoltando mentre loro ti parlavano. E se non hai figli ti troverai a chiederti ma com’è possibile che sia già passato un anno? E mentre te lo chiederai, girando per cercare sempre il solito parcheggio che non c’è mai, ecco che un cartellone pubblicitario ti ricorderà che hai un grosso problema da risolvere, che devi correre per risolverlo. E’ tutti qui per me il trauma da rientro: è passare da vivere una vita che scegli te a vivere una vita che gli altri ti dicono di vivere. Ancora una volta non voglio dire che siamo in una gabbia d’orata imposta dai muovi fili, non sono così negativo al riguardo. Penso semplicemente che nasciamo e cresciamo in mezzo a montagne di problemi e mentre non abbiamo l’abitudine di chiederci se lo siano problemi abbiamo invece l’abitudine di guardarci in giro e cercare la soluzione canonica. Serve un lavoro, serve una casa, serve una scuola, serve la macchina, serve andare in vacanza sono solo le soluzioni classiche della cultura in cui viviamo. Ma non sono le sole soluzioni possibili, non esiste solo questa cultura ne esistono altre e viaggiare ce le ha fatte vedere. Ecco qui la scelta fondamentale che abbiamo, scegliere di vivere la nostra vita seguendo la cultura in cui siamo cresciuti o mischiandola con le culture con cui siamo entrati in contatto per sperimentare soluzioni di vita creative ed alternative.

A questo punto fortunatamente per noi la giornata ha iniziato a rallentare nuovamente, ha ricominciato a scorrere ad un ritmo opportuno, è tornata in sintonia con le nostre ormai acquisite abitudini. Abbiamo comprato due cosine in un supermercato svuotato dagli uffici e dalle scuole, ci siamo gustati il sole mentre aspettavamo che il bimbo uscisse da scuola e siamo andati in camper a mangiare… eh magari, questo non ancora. Dovremo attendere l’epilogo del viaggio per mangiare nel nostro camper comodamente parcheggiati nel parcheggio della scuola a guardare quelle splendide montagne all’orizzonte.

Siamo invece andati a casa a mangiare, tra quelle quattro mura ormai familiari, a mangiare pero’ quel grandioso e rifocillante piatto con prosciutto cotto e mozzarella che in America e’ sempre stato difficile trovare.

E siamo solo all’inizio.

 

The following two tabs change content below.

Emanuele Peretti

"Ma i tuoi occhi non si fermano mai!" mi disse un giorno una ragazzina mentre in scooter giravamo per Palma de Maiorca. Quella ragazzina è ora madre di due bimbi ed ancora mi segue. I miei occhi non si sono ancora fermati. Con questo blog vorrei fermare tutti i pensieri che accompagnano i miei viaggi e la mia vita per poterli rileggere quando un giorno sarò obbligato a stare fermo.

2 Responses

  1. francesca

    Eh ho vissuto in camper 4 anni con il mio compagno …per scelta … Ed ora che siamo tornati in una casa in muratura , conducendo la classica vita fatta di frenesia , capisco perfettamente le tue parole. Le sensazioni sono le stesse che provate voi. Quando si tocca con mano un modo ” diverso” di vivere è più complesso adattarsi alla routine in quanto si percepiscono cose a cui prima non si faceva caso. Noi appena possibile torneremo in camper . Complimenti per il blog, saluti.

    • Emanuele Peretti

      Ciao Francesca, ecco incontrare qualcuno che come noi ha fatto questa esperienza ci fa molto piacere!

      Noi non stiamo pianificando di ritornare a vivere in camper per il momento, sicuramente pero’ vogliamo uscire dalla frenesia e se dovessimo scoprire che avere una casa in muratura implica il vivere freneticamente per una qualsiasi serie di conseguenze, allora sicuramente ritorneremmo volentieri a viaggiare su un camper.

Lascia una risposta